Se si parla de Il suonatore Jones bisogna citare necessariamente la raccolta di poesia Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, poeta statunitense in attività tra l’Ottocento e il Novecento.

Quest’opera è composta di 244 poesie e parla di 212 personaggi diversi.

De André, nel suo album Non al denaro non all’amore né al cielo del 1971, prenderà spunto dall’Antologia per scrivere otto canzoni, ognuna recante la storia di un personaggio.

Il suonatore Jones chiude l’album di De André proprio come l’omonima poesia di Masters è posta a conclusione della suddetta raccolta.

Jones viene nominato in un altro testo di De André, La collina, ispirato alla poesia di Masters The Hill. Questo brano parla di alcuni personaggi la cui vita si è ormai conclusa e che si trovano sepolti sotto la collina del cimitero di Spoon River.

Quest’ultima è una cittadina immaginaria, anche se nella realtà è il nome di un fiume che scorre accanto alla città natale di Masters, Garnett, nel cuore degli USA.

Nessuno dei personaggi nominati ne La collina, però, troverà posto in nessuna delle otto canzoni, a eccezione del suonatore Jones.

Egli è, inoltre, l’unico tra questi personaggi ad avere un nome proprio.


In un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità
A me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa

Jones ha la capacità di vedere la bellezza della vita laddove tutti gli altri vedono miseria, tanto da scorgere nella polvere i movimenti danzanti della gonna di una ragazza, Jenny, che si snodavano dando vita a un antico ballo.

Questi versi si ispirano a quelli di Masters nell’omonima poesia:

[…] o ti accade di udire un fruscio di gonnelle
come al Boschetto quando ballano le ragazze.
Per Cooney Potter una pila di polvere
o un vortice di foglie volevan dire siccità;
a me pareva fosse Sammy Testa-rossa
quando fa il passo sul motivo di Toor-a-Loor.
(Lee Masters, Il Suonatore Jones)

Sammy Testa-rossa diventa Jenny.

Cooney Potter, invece, è un personaggio dell’Antologia che lavora instancabilmente nei campi. In virtù del suo lavoro ed essendo un uomo molto concreto, per lui il vortice di siccità sarebbe solo una disgrazia per il proprio raccolto, e non certo motivo di creatività.

La canzone di De André continua con:

Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
E allora perché coltivarla ancora?
Come pensarla migliore?

Il violinista Jones si chiede come potrà mai dedicarsi a coltivare la terre se per lui tutto diventa fonte di ispirazione per la propria inventiva musicale.

Vive diversamente tutti i suoni della natura, i cinguettii degli uccelli, il cigolio dei mulini a vento, che per un normale agricoltore sarebbero invece ordinaria amministrazione.

Non è necessario, dunque, coltivare la terra, se questa terra si trova già nel suo cuore ogni qual volta lui si ritrova a suonare.

Il tratto corrispondente nella poesia di Lee Masters è il seguente:

Come potevo coltivare le mie terre,
– non parliamo di ingrandirle –
con la ridda di corni, fagotti e ottavini
che cornacchie e pettirossi mi muovevano in testa,
e il cigolìo di un molino a vento – solo questo?
(Lee Masters, Il Suonatore Jones)

Il brano di Fabrizio De André continua così:

Libertà l’ho vista dormire
nei campi coltivati
a cielo e denaro
a cielo ed amore
Protetta da un filo spinato

La libertà, nelle terre coltivate, resta dormiente e passiva.

Esse sono cinte da un filo spinato, che simboleggia proprio la gabbia della libertà stessa.

Libertà l’ho vista svegliarsi
ogni volta che ho suonato
Per un fruscio di ragazze
a un ballo
Per un compagno ubriaco

La libertà si sveglia, invece, attraverso la musica, nell’atto di suonare in una qualsiasi circostanza, sia in occasione di un ballo per fanciulle, sia per un amico poco lucido per il troppo vino.

E poi se la gente sa
E la gente lo sa che sai suonare
Suonare ti tocca
Per tutta la vita
E ti piace lasciarti ascoltare

Quando si ha la musica nel sangue e la si eleva a vocazione della propria vita, tutti lo sanno e tutti vogliono sentire questa musica, e non c’è gioia più grande di questa.

Masters, similmente, ha scritto tra i primi versi della sua poesia:

E se la gente sa che sai suonare
suonare ti tocca, per tutta la vita.
(Lee Masters, Il Suonatore Jones)

L’ultima strofa della canzone recita:

Finii con i campi alle ortiche
Finii con un flauto spezzato
E un ridere rauco
E ricordi tanti
E nemmeno un rimpianto

La vita del suonatore Jones giunge al termine (le ortiche simboleggiano la morte).

Persino il suo strumento, compagno di tutta la vita e tramite dell’atto creativo immortale, si spezza.

Jones è, però, l’unico personaggio che, posto non a caso a chiusura dell’album Non all’amore né al denaro né al cielo, può concludere la sua esistenza e abbandonarsi alla propria fine senza potare con sé alcun tipo di rimpianto.


Dai versi de La collina di De André sappiamo che Jones è stato un uomo longevo, «che giocò con la vita per tutti i novant’anni».

Sembra anche essere il solo, in questa lunga lista di personaggi, ad aver vissuto una vita che non fosse misera e penosa. «E con la vita avrebbe ancora giocato», infatti.

Forse è riuscito a essere felice proprio perché le sue preoccupazioni non si rivolgevano ai falsi miti a cui la maggior parte delle persone ambiva.

Jones «offriva la faccia al vento», si rallegrava con il vino e non si curava proprio di nulla: «non al denaro, non all’amore né al cielo» o, per dirla con Masters, «nor gold, nor love, nor heaven».

Nonostante non sia più in vita, sembra di sentire il suonatore «cianciare ancora delle porcate», dire cose senza senso, probabilmente come conseguenza del vino.

Anche le «mangiate in strada nelle ore sbagliate» si riferiscono alla sua allegra sregolatezza.

Lo svagarsi tramite l’alcol era per lui importante e fonte di gioia, tanto da spingersi a domandare al mercante di liquore per cosa mai gli potesse servire il denaro ricavato dalle vendite, visto che già possedeva la cosa più bella al mondo (il vino).

Nell’opera di Edgar Lee Masters, Jones è un violinista. La poesia si chiama infatti Fiddler Jones (fiddler = violinista), ma la più autorevole traduttrice di quest’opera, Fernanda Pivano, l’ha tradotto come suonatore.

Fabrizio De André, invece, tramuterà Jones in un flautista (lo capiamo dal verso «finii con un flauto spezzato» ne Il suonatore Jones).

In un’intervista fatta dalla Pivano a De André, quest’ultimo afferma:

Non c’è dubbio che per me questa è stata la poesia più difficile. Calarsi nella realtà degli altri personaggi pieni di difetti e di complessi è stato relativamente facile, ma calarsi in questo personaggio così sereno da suonare per pure divertimento, senza farsi pagare, per me che sono un professionista della musica è stato tutt’altro che facile. Capisci? Per Jones la musica non è un mestiere, è un’alternativa: ridurla a un mestiere sarebbe come seppellire la libertà. E in questo momento non so dirti se non finirò prima o poi per seguire il suo esempio.

Riguardo la figura del suonatore, il cantautore dice che

il suonatore di violino (che è diventato per ragioni metriche di flauto) è uno che i problemi esistenziali se li risolve, e se li risolve perché, ancora, è disponibile. È disponibile perché il suo clima non è quello del tentativo di arricchirsi ma del tentativo di fare quello che gli piace: è uno che sceglie sempre il gioco, e per questo muore senza rimpianti.

Borsani e Maciacchini, autori del libro Anima salva (una rassegna sulle canzoni di De André), parlano del suonatore Jones in questi termini:

è l’unico personaggio che viene chiamato per nome, è l’unico che afferma di aver vissuto una vita lunga e serena, senza nemmeno un rimpianto. Il musicista mostra di saper vedere meglio dell’ottico i messaggi reconditi della realtà; di saper guarire, più del medico, gli animi di chi lo ascolta regalando un sorriso; sa trovare, a differenza del matto, un proprio efficace linguaggio per esprimersi; gusta appieno la vita, come il malato di cuore non ha potuto fare e, cosa più importante, sceglie la libertà o, meglio, sceglie di vederla anche quando non è scritta. E con la vita può essere spezzato anche quello che di materiale lo ha accompagnato: il suo strumento (il violino in Masters, il flauto in De André), perché comunque il suo segno resterà.

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Il Suonatore Jones (Fabrizio De André)
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2 Commenti

  1. Rileggere un testo di una canzone, ricomprendere meglio il significato e le modifiche progressive della traduttrice, del cantautore, ti riporta sempre e in ogni caso alla profondità delle cose, che non può finire mai perché ci sarà sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Che dire: Masters, Pivano, De André, sono uno spazio umano “magico”. Sì, anche la libertà può essere recintata, ma a me piace immaginarla sempre senza filo spinato intorno.

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