Pensando a La gonna, la prima cosa che viene in mente è il tipico abito femminile, aggraziato, colorato, più lungo, più corto, insomma una gonna.

La Vanoni, in questa canzone dalla simbologia tradizionale, lascia che la gonna rappresenti tutto ciò che è donna, sia dal punto di vista estetico – la sinuosità dell’indumento rispecchia quello di una silhouette femminile – sia interiore – la gonna è un capo d’abbigliamento dalle mille sfaccettature: può essere comodo, scomodo, quotidiano, speciale, insomma complesso, come spesso viene definito il carattere delle donne.

Il brano fa parte dell’album Duemilatrecento parole (il nome corrisponde al numero di parole presenti nell’album), il quale descrive tutta una serie di situazioni e dediche a persone a sé vicine o potenzialmente tali: a una cara amica in una relazione disfunzionale (Per un’amica), a un potenziale innamorato (Volevo amarti un po’, La gonna), alla vita stessa e alla sua caducità (Fatalità).

Dondolando cammina,
ha la mossa felina:
è più libera lei di una donna.

Viene introdotto il “personaggio” della gonna che, sì, in effetti è proprio un personaggio: come in una storia qualsiasi, ha sentimenti, pensieri e comportamenti. O, in questo caso, movenze. Infatti la gonna si mostra subito un’entità che sa quello che vuole, tanto da essere «più libera lei di una donna». Laddove la donna si pone tanti limiti, magari per vergogna o per non urtare la suscettibilità di qualcuno, la gonna invece va e prende ciò che vuole senza chiedere il permesso.

Ha lo spacco profondo,
qualche punto rotondo,
chi lo sa se lo sa che è una gonna.

L’aspetto “fisico” della gonna viene descritto fedelmente riferendosi alla classica estetica dell’indumento, con lo spacco (in questo caso profondo, per sottolinearne la verve) e varie cuciture.

Ci si domanda se la gonna sappia di essere una gonna, con il fascino e il carisma innato che ha, così come spesso una donna non riconosce il proprio valore e non si accorge dei propri punti di forza.

E si liscia, si modella,
fruscia ed esci in passerella.
Lo faceva già la nonna,
che era proprio una gran gonna.

La gonna si pavoneggia un po’, ma è una cosa naturale per lei, ce l’ha nel “sangue”. Lo faceva già la “nonna”, come a dire che è tradizione (e forse un’usanza passata di generazione in generazione) mostrarsi belle, indipendenti, fascinose per come si è.

Ciondolando sornione
stava lì sul portone,
pantaloni notò quella gonna.

Naturalmente, il fascino della gonna non poteva passare inosservato: ecco infatti “pantaloni”, cioè un uomo, che ha notato il passaggio del piacevole indumento, tenendolo d’occhio con fare sornione.

E le disse turbato:
“lei è tutta di seta,
se lo vuole sarà la mia gonna”.

Pantaloni sembra proprio essere stato vittima di un colpo di fulmine, tant’è che non esita ad andare dalla gonna e farle dei complimenti, oltre che chiederle esplicitamente di stare con lui.

Lei decise: “niente male,
quasi quasi mi lascio andare”.
Lo faceva già la nonna
che era proprio una gran gonna.

Si dice che, nelle relazioni, sia sempre la donna ad avere l’ultima parola: così è anche per “gonna”, che si ritrova tentata a cedere alle dolci avances di pantaloni.

Così le era stato insegnato dalle sue figure di riferimento (in questo caso la nonna): di scegliere secondo ciò che l’avrebbe fatta felice. Questo tema si ricollega a quello di Fatalità, canzone dello stesso album, in cui viene sottolineato come la vita sia talmente breve da far pensare attentamente a ciò a cui si sta per rinunciare.

Poi, volere o no,
vuoi, a volte è bello essere donna.
Vai: non c’entri tu,
ma la tua gonna.

Andando contro gli stereotipi di genere, la gonna si rende conto che essere e sentirsi donna è bello, e non ha alcun senso andare contro la propria natura.

Son passate tre ore (di già),
ha cambiato colore (ma va),
stropicciata qua e là quella gonna.

La gonna ha passato del tempo con pantaloni, e si è ritrovata ad abbandonare quell’aria sempre sicura, in ordine e travolgente, lasciando il posto a un aspetto diverso, più vulnerabile, ma per una buona causa.

D’improvviso s’è aperta (oplà)
e s’è fatta più corta (voilà),
quasi inutile ormai come gonna.

La gonna, a differenza della donna, ormai non serve più, perché ha perso il suo ruolo di “scudo” della persona che la indossa.

È caduta sul tappeto
rivelando il suo segreto.
Lo faceva già la nonna,
che era proprio una gran gonna.

I due amanti stanno insieme e la gonna, ora divisa dalla persona, è soltanto un oggetto inanimato lasciato da parte.

Oltre l’ovvio significato, potrebbe trattarsi di una metafora per indicare le corazze che una persona si crea attorno a sé, vuoi tramite ciò che indossa, vuoi tramite uno status particolare (un ruolo, una professione, un modo di essere costruito). Se si incontra la persona giusta o, in generale, se si sente di potersi aprire a qualcuno, essere vulnerabili fa sì che tutte queste sovrastrutture cadano, lasciando il posto a un naturale rapporto umano.

Poi, volere o no,
vuoi, e ti conviene fare la donna

Conviene «fare la donna», ovvero essere se stessi (se ci si sente tali), per vivere appieno ciò che la vita ci offre.

Son passate sei ore (ma va),
non si sente rumore (perché),
ora dormono già uomo e donna.

I due sono ora addormentati, l’uno accanto all’altra.

Nell’armadio sfiniti (da che)
sono ancora abbracciati (ma chi)
pantaloni e la sua nuova gonna.

Quest’ultima strofa dà un taglio inaspettato e positivo alla storia, in quanto la conclusione più ovvia della canzone sarebbe stata quella di due persone che, dopo essere state insieme, prendono ciascuna la propria strada.

Invece La gonna lascia chiaramente intendere che i due, da semplici amanti, sono forse innamorati, e hanno deciso di condividere insieme qualcosa di importante.

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