«Ha detto che ballerà con me se le porterò delle rose rosse» si angosciava il giovane Studente, «ma in tutto il mio giardino non c’è nemmeno una rosa rossa.»

L’Usignolo lo sentì dal suo nido nella quercia, guardò tra le foglie e si stupì.

Inizia così il racconto di Oscar Wilde L’usignolo e la rosa, a cui si ispira questa canzone.

Sembra che il cantautore sia venuto a conoscenza di questa fiaba e, rimastone colpito, abbia scritto il brano Merlo rosso.

Secondo il suo allora coinquilino, il regista Giordano Torreggiani:

Un giorno [Mannarino] rientrò in casa dicendo che gli avevano raccontato una favola, era entusiasta e si mise subito a scrivere.
— Giordano Torreggiani

Fonte: Lo Sbuffo

Nel racconto di Oscar Wilde, il protagonista è uno studente di filosofia innamorato di una ragazza, la quale gli dice che, per conquistarla, avrebbe dovuto portarle in dono una rosa rossa.

Lo studente è disperato, in quanto non riesce a reperire l’agognato fiore da nessuna parte.

Un merlo, accortosi della situazione e mosso a pietà, decide allora di cercare la rosa, interrogando vari cespugli.

Questi ultimi però, contengono rose di ogni colore tranne quelle rosse.

L’ultimo cespuglio, che si trova proprio sul davanzale della finestra dello studente, confida al merlo di avere delle rose rosse. Purtroppo, però, l’inverno le aveva sfiorite.

Il roseto dice al pennuto che, per rendere di nuovo rosse le rose, avrebbe dovuto cantare tutta la notte a squarciagola e trafiggersi con una spina, per tingere il fiore con il proprio sangue.

«Un modo c’è» rispose il Roseto, «ma è così terribile che non oso spiegartelo.»

«Spiegamelo» disse l’Usignolo, «io non ho paura.»

«Se vuoi una rosa rossa» disse il Roseto, «devi costruirla con la musica al chiaro di luna e colorarla con il sangue del tuo cuore. Devi cantare per me con il tuo petto contro una spina. Devi cantare per me tutta la notte, la spina deve trafiggere il tuo cuore e il tuo sangue vitale deve scorrere nelle mie vene e diventare mio.»

«La Morte è un prezzo alto da pagare per una rosa rossa» si angosciava l’Usignolo, «e la Vita è molto cara a tutti. […] Eppure l’Amore vale più della Vita e che cos’è il cuore di un uccello in confronto al cuore di un uomo?»

Il merlo, in nome di un bene più grande che è l’amore, decide di fare come gli viene detto.

Il giorno dopo, lo studente trova la rosa rossa sul davanzale della finestra e si affretta a portarla alla giovane che, però, lo rifiuta, in quanto qualcun altro le ha fatto dei doni più costosi e preziosi.

Lo studente, allora, sfiduciato, decide di non credere più nell’amore e di dedicarsi a campi di studio più concreti, come la fisica.

L’autore intendeva interpretare questa storia come una critica alla propria epoca, quella vittoriana durante la quale, prendendo il via la rivoluzione industriale, si snobbavano i valori più profondi ed etici della vita e invece si esaltavano i domini più scientifici e freddi.

È possibile riportare queste osservazioni alla realtà moderna, giacché al giorno d’oggi è senz’altro presente la tendenza a mettere la “scienza” dappertutto, come se quest’ultima potesse riferire al genere umano qualsiasi risposta di cui quest’ultimo abbia bisogno.

È chiaro che, senza la razionalità e gli studi scientifici, il benessere di cui oggi possiamo usufruire non avrebbe mai preso vita.

Tuttavia, a causa di un’eccessiva pretesa di scientificità in tutto (specie proprio da parte di chi di scienza non s’intende affatto o ha letto solo qualche trafiletto qua e là), si rischia di ridurre le varie sfaccettature dell’esistenza a delle equazioni, a ripetere a pappagallo statistiche e numeri senza comprenderne realmente il significato e, soprattutto, a non rendersi conto che la scienza stessa ha una propria filosofia che ne esplora limiti e possibilità.

Tornando al nostro pennuto, Mannarino riprende questo personaggio trasformandolo nel merlo rosso. Non esiste davvero un merlo completamente rosso in natura, sebbene vi siano alcune specie che vi si avvicinano:

Merlo pettirosso (Sturnella militaris).
Merlo dalla testa scarlatta (Amblyramphus holosericeus).
Merlo dalle ali rosse (Agelaius phoeniceus).

Il brano Merlo rosso è cantato da Claudia Angelini, che impersona la ragazza protagonista della storia. Alcune strofe “narrative” sono, invece, intonate da Mannarino.

Era un merlo rosso e cantava solo per sé,
ma poi, un giorno, m’ha vista piangere.

Il merlo, protagonista della canzone, è un pennuto solitario che porta avanti la propria vita facendo quello che gli riesce meglio: cantando, ma per nessuno in particolare.

Un giorno, però, si accorge del pianto di una ragazza. Probabilmente anche lei si trovava alla finestra, come il giovane protagonista del racconto di Oscar Wilde, altrimenti difficilmente sarebbe stata visibile per il merlo.

E le mie labbra avevano da bere
solo lacrime turbo diesel nere.

La giovane è molto triste, tant’è che le sue lacrime sono metaforicamente nere come gli ingranaggi di un’auto.

Le vie del centro sono un brulicare,
c’è una ragazza che vanno a festeggiare.

Il “festeggiamento” per la ragazza potrebbe essere un funerale. La protagonista della canzone è forse morta, o comunque sospesa in uno stato tra la vita e la morte.

Anche la forte tristezza può essere ascrivibile, metaforicamente, a questo tipo di condizione.

C’era una rosa che stava per morire,
e un merlo rosso, vedendola, che fa?

La “rosa” che sta per morire sembra avvalorare il fatto che si riferisca alla ragazza.

Prende una spina, su di lei si china
e col suo sangue le toglie la rovina,
la porta in dono a una ragazza pazza
che aveva perso gli occhi in una nottataccia.

Il merlo, come ne L’usignolo e la rosa di Oscar Wilde, si uccide per portare di nuovo colore alla rosa, o vita alla ragazza.

Quest’ultima ormai è l’ombra di se stessa, tant’è che è come se non avesse più gli occhi per guardare la bellezza delle cose attorno a sé.

Le lacrime dell’inferno servono a qualcosa:
nutrono la terra, fan crescere una rosa.

In questa strofa è racchiusa la morale di questa breve storia: la vita e la morte sono interconnesse, in quanto l’una non esisterebbe senza l’altra.

Ciò che sembra perduto, in realtà permane in altre forme, diventando parte di ciò che continua a vivere e che, un giorno, farà lo stesso percorso.

Guardatela: è tornata, ha gli occhi sopra il viso,
la rosa nelle mani le riportò il sorriso.

La giovane è di nuovo felice, grazie al dono e al sacrificio del merlo. È di nuovo in grado di apprezzare ciò che ha intorno.

Ha visto una rosa piegata su di sé,
si è rotto il petto per portarla a me,
e ora che il cielo non ha più niente di storto
non ci può volare perché ormai è morto.

Proprio adesso che la felicità aveva trionfato, il povero merlo non potrà godere di ciò che di buono ha lasciato dietro di sé, così come a volte capita che le persone più altruiste o inclini al sacrificio non riescono, alla fine, a cogliere i frutti della propria sofferenza e dedizione.

La notte è fredda, non ha una giacca,
io sto sull’onda, lui sta nella risacca.
Ma quando dall’inferno lo sento cantare,
mi prende un sorriso che mi fa lacrimare.

La giovane si rende conto che a lei è stato concesso di andare avanti nella vita, così come un’onda marina fa il suo percorso. Il pennuto, invece, rimane indietro, come il flusso di ritorno della risacca.

La ragazza, però, memore del sacrificio del merlo, a volte si commuove avendo la sensazione di sentirlo ancora cantare.

Chi ha fatto qualcosa di importante per noi è come se ci avesse donato una nuova vita, anche solo per un piccolo gesto gentile che può sembrare insignificante ma che ha contribuito a farci stare bene. Anche se, per un qualunque motivo, non abbiamo più quella persona nella nostra vita, i nostri ricordi indugiano su di loro e, in quei momenti, è come se per un po’ li avessimo di nuovo accanto.

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