La collaborazione di Mahmood, cantante italo-egiziano, con Elisa Toffoli, dà luce al nuovo singolo Rubini.

Fin da subito, tra i due cantanti si è creata un’atmosfera partecipativa: sapevano già cosa avrebbero potuto dare in questo brano, sia nello scritto che nella musica. Avrebbero sicuramente trovato un connubio tra ricerca e contemporaneità.

Entrambi non hanno lesinato attestazioni di stima reciproca e di grande ammirazione. Mahmood dice:

“Elisa è una delle artiste italiane che più ho nel cuore e per cui nutro una stima immensa e grazie alla quale ho imparato molto. Questa collaborazione ha per me un’importanza gigantesca, tanto che è il pezzo a cui ho più lavorato, perché volevo che fosse perfetto. Mi sono immediatamente innamorato del provino di Elisa: ho iniziato subito a metterci la testa, rielaborandolo con aggiunte di testo, un nuovo intro e aggiungendo delle chitarre sognanti nel ritornello”.
—Mahmood

Fonte: Marida Caterini

Elisa, riferendosi a Mahmood, aggiunge:

“Alessandro per me è uno degli autori più brillanti della nuova scena italiana, il fatto che si sia innamorato già della mia prima stesura di questa canzone è stato bello. Lui poi è entrato magnificamente nel brano. Ho sentito un ponte spazio-temporale tra di noi, un’energia che ci accomuna nell’amore per la ricerca e per la contemporaneità”.
—Elisa

Fonte: Marida Caterini

Il contenuto del testo è chiaramente uno spaccato dell’adolescenza tormentata del cantante e dei suoi trascorsi, delle cose fatte e non fatte, delle sue relazioni sentimentali e delle avventure con gli amici più cari.

L’artista ripercorre quel periodo con la maturità di adesso, recriminando su scelte sbagliate e decisioni inopportune. Valuta tutto questo a posteriori: in poche parole, affronta i suoi anni passati con il cosiddetto “senno del poi”.

Sul significato della canzone Rubini, Mahmood dice:

“Parla della mia adolescenza difficile. A scuola mi bullizzavano perché diverso. […] So cosa significa sentirsi offesi”.
—Mahmood

Fonte: Gay.it

Te l’avevo detto: qui nessuno sente mai.
Te l’avevo detto: qui nessuno vede mai, mai.
Mai, fino a quando la verità viene su a galla
come un pesce morto, come la m***a,
allora tutti muti, muti come sconosciuti,
sanno solo fare roll the eye.

Mahmood inizia il testo rivolgendosi a se stesso, ricordando che certi ambienti chiusi costringono al silenzio e a non affrontare serenamente i problemi.

Descrive il luogo della sua adolescenza e quei tipici disagi giovanili riconducibili a degli sterili “non vedo”, “non sento” e magari “non parlo”, almeno fino a quando la verità incombe e salta fuori venendo a galla come un pesce morto.

In quei casi, consci di non aver mantenuto un atteggiamento leale, si tende a fare spallucce o, come dice il cantante, a roteare gli occhi e alzarli al cielo, tipica espressione facciale di chi sembra continuare a non sapere, noncurante.

Lo so, non ho tempo, però
nel weekend sono fuori. Almeno te
capiscimi se sto per un attimo
un po’ fatto da te. Tornerò in monopattino,
chiamo Gugu e Davide per andare in giro.
So che ti fa strano quando chiamo un amico “fratellino”.
Che ti importa se a scuola avevo tre?
Con la mano sopra il piano faccio un po’ da me.

Il cantante passava gli anni dell’adolescenza un po’ bighellonando. Non aveva mai tempo per le cose importanti e tendeva a trascorre i suoi fine settimana all’insegna del divertimento. Quando voleva condividerlo con qualcuno, lo faceva volentieri con i suoi due amici più cari: Gugu e Davide. Li chiamava addirittura “fratellini”, e questo pare desse fastidio alla sua ragazza, che sembrava volerlo condurre sulla retta via. Il cantante le fa notare che, anche se aveva voti insufficienti a scuola, ciò non gli ha impedito di imparare a suonare il pianoforte, probabilmente da autodidatta.

Ma sai, non mi sono mai preso male:
avevo la chiave.

Qui è come se si desse una pacca sulla spalla dicendosi che, fondamentalmente, non aveva sbagliato proprio tutto nella vita, e che qualche volta aveva anche trovato la chiave per superare i conflitti adolescenziali che lo pervadevano.

Chiave che potrebbe essere quella musicale. L’artista riconosce a se stesso l’averci saputo fare con la musica e aver raggiunto il successo di cui gode adesso.

Ma stare con te finirà che mi darà alla testa,
come rubini rossi nella bocca.
Ma te lo dico subito: tu non venire qui se poi
cerchi solo un brivido, lasci solo un livido.

Come sopra detto, in questa canzone Mahmood accenna anche alle sue storie e/o avventure sentimentali, e qui sembra chiaro il riferimento a una ragazza che gli ha fatto perdere la testa e con voleva fosse un semplice rapporto passeggero.

Il cantante aveva paura di prendersi una sbandata e farsi male, pertanto le chiedeva di non giocare con i suoi sentimenti. Tutte queste emozioni gli procuravano la sensazione di avere dei rubini rossi in bocca, simboleggiando emozioni preziose da custodire.

Tu mi guardavi male, io mi guardavo le spalle;
te la passavi bene, io avevo problemi da grande.
Io col bicchiere vuoto e tu: “ehi, occhio che spande”.

Questa strofa è interamente cantata da Elisa, la cui impronta inonda di sensibilità il testo. Anche lei descrive uno spaccato della sua adolescenza, quasi un quadro breve ma intenso.

Si rivolge a qualcuno che ha conosciuto nel corso della sua giovane età, qualcuno che rispetto a lei in quel periodo stava molto meglio anche economicamente. La cantante descrive il suo bicchiere vuoto, mentre l’altro il suo bicchiere lo aveva talmente pieno che rischiava si spargesse il liquido che conteneva, come segno di opulenza.

Mi son fatta due risate per le tasche vuote
del mio cuore rotto come un quadro astratto.
Castelli di rabbia, unica sovrana.
Di titanio la fibra, forse un po’ sola.

Della propria condizione Elisa ne ha anche riso, ma si sa: in quelle circostanze le risate sono motivo di sfogorabbia, una rabbia che lei definisce “unica sovrana”, una rabbia che la domina ma contro cui sente di essere comunque forte.

Con te non mi sono mai presa male:
sei tu la mia chiave.

In questo ritornello, identico a quello precedente, è Elisa che parla di se stessa e di quella chiave che anche per lei potrebbe essere quella musicale.

Giorni passano,
ricordi cadono in fondo
come un temporale,
guardo la tua faccia fare
roll the eye.
Troppi schiaffi,
te li porti dietro come
flashback da dimenticare,
sai che non mi piace fare
roll the eye.

Qui si avverte la sintonia tra i due artisti, che all’unisono raccontano il passato lasciandolo alle spalle, come quando passa un temporale e torna il sereno.

Ora riescono a guardarsi e, alzando gli occhi al cielo o facendoli roteare, questa volta non lo fanno con il sapore della noncuranza, piuttosto dell’attenzione a ciò che è stato e alle loro sofferenze. Portano con sé gli sprazzi del passato come un bagaglio di vita che va lasciato indietro e dimenticato.

E più mi guardavano male,
più ero una hit mondiale.

La conclusione è di Elisa, ma il pensiero è di entrambi. Riassumono dicendo a loro stessi che tutte le angherie subite li hanno fortificati: più era forte il dolore più la loro tenacia li ha condotti ai livelli toccati ora, cioè tra i successi mondiali.

Nel video si gode solo dell’immagine tridimensionale di un grosso rubino che si muove su se stesso, come sospeso nell’aria, sprigionando luce propria. Il rubino è una pietra molto preziosa e la sua durezza è seconda solo al diamante. Con tutta probabilità è stato scelto per rappresentare la forza acquisita ora da Mahmood nel mondo musicale.

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